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02) Dei livelli interpretativi

Secondo antefatto:

Otto sedute ed un mese e mezzo circa prima.

In quel momento stava placidamente descrivendo la sua sensazione di essersi sentito probabilmente superiore nell’aver pensato di avermi pagato la mensilità, quando non l’aveva in effetti fatto…

Ad un tratto fece la sua comparsa una comunicazione prima:

P: “Quando guido la macchina ho sempre guardato molto nello specchietto centrale, per far passare

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chi viene da dietro più veloce… per farlo passare.”,

Io: “Interessante.”.

Il paziente sentì di aver detto più delle parole che aveva pronunciato: tentò di ridimensionare l’accaduto alla cieca.

P: “Il significato più immediato è la paura di confrontarsi. Meglio che gli altri superino. O semplicemente non voler intralciare il percorso a queste persone per non essere intralciato a mia volta. Torna il tema della velocità, mi condiziona. Ho il desiderio del sogno ricorrente di stare in mezzo a tante donne. Per stare bene ci vogliono libertà e soldi: le donne sono una conseguenza dei soldi. Quando le rispondo che anche io la amo sto mentendo, come a mia zia (parlando della sua ragazza). Vorrei fare una vacanza con i miei amici, adesso ne avrei bisogno, mi darebbe la carica.

Mi manca il flirt.”.

In questa trance analitica abbiamo una comunicazione prima ed una sua dipanazione. Presa a sé potremmo anche azzardare un’interpretazione ma solo in presenza di un’altra comunicazione della stessa qualità potremo arrivare ad una riflessione più ponderata.

Ma procediamo per gradi.

Un primo livello interpretativo di tipo relazionale ce lo regala il nostro paziente che, in modo un po’ razionale certo, ci descrive la sua regolazione degli spazi vitali. Poi ci parla della difficoltà del suo rapporto amoroso e chiosa parlando dei suoi amici. Il materiale, sembra poco lavorato, sembrerebbe piatto. Senza ulteriori associazioni intendo. È importante considerare che a differenza del sogno dove le immagini vengono codificate in parole con un depotenziamento della carica libidica, nel parlare il processo è inverso. Le narrazioni possono essere trasformate solo nella loro costruzione di senso perché si caricano libidicamente nella creazione del simbolo sottostante.

Tornando alla comunicazione prima, come abbiamo detto, non è valutabile a sé stante. Aspettando altro materiale possiamo aggiungere un’altra caratteristica a questa categoria comunicativa: l’assenza di vincoli temporali. Si potrebbe supporre dalle loro manifestazioni che siano collegate nell’inconscio e facciano capolino nel tempo delle nostre percezioni con la loro tempistica.

CONTINUA…

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05) La Signora senza destino

F)Venerdì 28 gennaio.

Avevamo concluso. Sorrideva timidamente. La voce era sempre grattugiata ma faceva meno male del solito. Aveva dei picchi. Sorrideva. Non perse però la sua ultima occasione per poter parlare della figlia, del marito, del figlio…

La figlia aveva preso dal padre e il figlio da lei. Chiesi se non avesse proprio niente del padre il maschio ma lei negò. La femmina si. Guardai la signora come per invitarla a fidarsi. A poter pensare ad altro. Ma sorrisi pensando che era inutile. In fondo stava meglio. Andava meglio così. Poi ad un tratto disse: “E se mi tornano i pensieri suicidi? Come faccio?”. Rimasi sorpreso.

Tentai di mascherare: “ Perché mai dovrebbero tornare. Sta meglio adesso. Da qui deve ripartire.”.

E lei: “Sa io mi sono suicidata tre volte, magari…gliel’ho detto no?”. Tentai di non sgranare gli occhi. Nei suoi racconti si era così per dire dimenticata di raccontarmi di un tentato suicidio, così…

Presi del tempo. Dovevo calmarmi. All’ultimo incontro stava tentando di sgretolare tutto. Ed in un colpo solo. Ero riuscito a capirlo. Potevo controllare la situazione. Avevo in mano le chiavi interpretative delle dinamiche transferali che si erano instaurate nello spazio, tra di noi, in quel momento. E in presa diretta.

Sbottai: “Lei non vuole morire!!! Lei non può morire. Almeno di sua mano…”

E lei: “Ma come, io mi sono suicidata…”

Ed io: “Sii!! Tre volte lo so!!! Ma forse vorrà dire qualcosa se si è suici…emm…se ha tentato il suicidio tre volte ed è ancora viva!!! O no?!?”.

E lei: “Sa io ho preso cento pastiglie di Tavor. Volevo morire. Ma neanche…”

Ed io: “…le flebo come le altre due volte le hanno messo… Lo so!!!”

E lei: “Vorrei solo saper il perché, cento sa, cento…bla bla bla…”

Caddi in un vuoto spazio temporale interno. Uno spazio dove poter amplificare il tempo, riflettere ed osservarmi… e quindi controllarmi.

Mi calmai, veramente. La farò sentire viva io signora, pensai. Pacatamente. Ripresi un discorso conosciuto, affrontato anche i precedenti incontri. Il semplice suggerimento consisteva nell’idea di curare le cose buone e gratificanti della sua vita e di comprendere, per evitare che fossero così dure, quelle che facevano male. La tranquillizzai.

Mi chiese del perché creava idee negative e perché facessero così male. Le dissi che la risposta era dentro di lei ma che per il momento poteva ritenersi soddisfatta. “…affrontare questa domanda in modo frettoloso è come se aprissimo un vaso senza…”

E lei: ”…la possibilità di chiuderlo…”

Sapeva più di quanto voleva far intendere. La vita la conosceva, almeno la sua parte più grigia, più dolorosa. Sapeva che doveva rimanere coperta. Lo sapeva per esperienza.

I suoi sogni.

Una casa a due piani con tante finestre aperte dalla quale entrano ed escono tanti uccelli.

Forse rappresenta la mia voglia di andare via, volare, ma anche la mia incapacità di farlo e di tornare sempre indietro…”

“…e poi ho sempre sognato di sognare mia madre che non ho mai conosciuto…”

Io: “Quindi l’ha sognato?..”.

E lei: “No…l’ho solo desiderato senza che accadesse mai…stare con mia madre almeno in sogno e di non svegliarmi mai più”.

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04) La Signora senza destino

E) “Oltre la nebbia”.

Quante parole. Semplici e chiare. Dotate di senso, consequenziali. Mi aveva raccontato una notevole mole di eventi della sua vita, ripentendoli più volte per giunta. Dal più insignificante al più decisivo. Dando un’intonazione ponderata. Mai sopra le righe. Interpretazioni di ricordi di vita standard. Era un pacchetto, pronto all’uso. Chiuso. Coperto. Nel suo stile narrativo così metodico andavano quasi perdendosi le nozioni fondamentali. Lei andava avanti sia parlasse del suo lavoro sia del suo tentativo di suicidio. E si creava una nebbia. Soporifera. Che addormentava le sensazioni e le emozioni. Nell’uditore. Ma soprattutto in lei. Tante parole, tantissime. Pochi pensieri. E dove ce ne era il bisogno ecco pronto un ulteriore surplus. Altra nebbia. E le luci delle case erano le luci delle stelle.

Piccoli strappi della sua storia c’erano, vero. Volevo evitare un forzatura dell’interpretazione dei singoli eventi. Mi sembravano interpretazioni sterili. Non aprivano comprensioni più ampie. Sembravano variazioni sul tema. Camuffate. Binari che morivano inesorabilmente. In realtà erano parole di frasi che si potevano creare da una sintassi alternativa. “A levare”. Creavano un tema in secondo piano, come nelle illusioni ottiche. Da vedere, cercare. Da evitare.

Quale tema allora si nascondeva nella nebbia? Quali pezzi del mosaico bisognava riunire per dare una connotazione emotiva ad una vita raccontata così piatta?

Ero dell’idea che da qualche parte li, nella nebbia, c’era qualcosa che non era dato vedere, sentire, parlare. Formare il mosaico. La nebbia era una gabbia. Bisognava riportare le proiezioni a casa. Si percepiva un pericolo. La sua mente. Il suo pensiero, quello pensante. Le sue fantasie. Le sue emozioni. Erano nate morte. Gemelle di un modello da acquisire, dato. A scatola chiusa. Bisognava nascondere l’originale. Rinchiuderlo. In fondo non era ben chiaro come fossero andate le cose. Di cosa era morto? Era morto. Nel momento dei due tentati suicidi cosa aveva visto tra le bianche spire dei suoi vissuti? La morte? Plausibile: “… sa, mi sono suicidata due volte …”.

O qualcosa di inaspettato. Peggiore. Come la fantasia. Tremebonda. Desiderata. Temuta. Come la vita. E allora meglio addormentarsi, ancora un po’ e magari per sempre. Per non sapere. Per non desiderare mai più.

D) Venerdì 14 gennaio.

Arrivai tardi in clinica. Come durante tutto quel periodo. Tentai di rilassarmi al distributore di bevande e varie. Presi un caffè e sedendomi sorseggiai la calda bevanda guardandomi attorno. Per godermi la clinica. Per sentirmi meno ospite.

Casualmente passò di li il Dr. e dopo i saluti di rito mi accompagnò al reparto della signora. La fece chiamare.

Quando la vidi avvicinarsi nel corridoio, inesorabile, capii il perché di quella lenta ed inusuale sosta mattutina nonostante il mio già evidente ritardo. Qualcosa sapeva che da quel caffè dovevo acquisire più di qualche mg di caffeina. Mancavano dei corvi a strascico e una tempesta da cornice. Era più giù del solito. Trattenni il fiato.

Io: “Buongiorno signora come va?”. Sapevo di plastica.

La signora: “M”. Suono discendente con eco. Tonalità simile ai mantra intonati dai monaci tibetani.

Deglutii: “Bene, andiamo.”

Entrammo nella stanza e senza neanche si sedesse: “Dottore, ma a che servono questi incontri? Insomma voglio dire…”

Mi innervosì molto questa provocazione ma non caddi nella domanda: “Me lo dovrebbe dire lei signora. O ancora meglio, potremmo trovarlo insieme”.

Come non fosse successo niente incominciò nuovamente a raccontarmi la ben conosciuta storia della sua vita. Poi ad un tratto mi disse: “A che servono questi incontri?”.

Respirai, presi tempo, contai fino a dieci. Ma non servì. Mancava poco alla fine dell’incontro e decisi che una piccola scossa male non le avrebbe fatto. Reagii: “Non servono se lei continua a parlare degli altri. Se lei continua a pensare che il problema sia fuori di lei. So tutto di sua figlia, figlio, ex marito. Ma di lei? Quando incominceremo a parlare di lei?”.

E lei: “E cosa le dico?”.

Mi spense. Non che esternamente mi fossi scomposto, ma presi ancora qualche secondo per rimettermi in ordine. Questo scambio l’aveva vinto chiaramente.

La congedai.

E)Venerdì 21 gennaio.

Mi aveva veramente provato l’incontro precedente. Arrivai in clinica con un po’ di ritardo. Ero pronto all’impatto con quella massa gelatinosa della sua depressione e rappresentata fisicamente dal suo corpo, compatto, smussato e inafferrabile. Lento nei movimenti, ma inesorabile.

Mi riparlò della sua pensione, del marito che l’aveva lasciata nell’ottantanove, del figlio che giocava compulsivamente, era depresso e non aveva la ragazza… sapevo ormai tutto a menadito.

Mi parlò però con gioia dei suoi nipotini come di un qualcosa di bello. Da curare. Provai ad inserirmi.

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03) La Signora senza destino

Come il diciassette.

Al termine.

Io: “La prossima volta se vuole signora parleremo un po’ più di lei … sono qui per lei io”

La signora sorpresa: “Ah si … e che dico? Ho finito”.

Ed Io: “Vedrà che verrà fuori dell’altro …”.

Mi guardò tra il bisognoso e l’incuriosito.

Arrivederci”

Arrivederci”

C) Venerdì 31 dicembre.

I soldi’.

Come il venti.

Tra un bilancio economico ed una riflessione sul peso della sua pensione e un’altra …

Ma gliel’ho detto dottore che mio figlio gioca compulsivamente e si è fatto fuori trentamila euro e adesso ha debiti con le finanziarie?”

Io: “No …”

Come il ventiquattro.

Al termine.

Io: “La prossima volta se vuole signora parleremo un po’ più di lei … Vede, è un po’ troppo concentrata sulle vicende altrui perdendo a volte di vista le sue percezioni ed emozioni delle cose.”

La signora sorpresa: “Ah si … e che dico?”.

Non esultai al suo trasporto. Ma almeno non aveva finito.

Ed Io: “Vedrà che verrà fuori dell’altro …”.

Mi guardò tra l’incuriosito e il possibilista.

Arrivederci”

Arrivederci”

D) “La nebbia”.

Elementi importanti da trattare, anche se a parte, ce ne erano in abbondanza. Ma più passavano gli incontri e più ero sicuro che gli eventi pur traumatici che le accadevano attorno non erano determinanti nella sua patologia. Ne erano l’avanguardia. Proiettava la sua incapacità determinativa criticandola nel figlio per poi riservare lo stesso trattamento alla decisionalità della figlia. Non andavano bene né l’una né l’altra. Sapeva che avrebbe dovuto vivere di più ma sapeva anche che farlo sarebbe stato difficile.

Il figlio soffriva di depressione, come lei. La figlia dopo pochi mesi dalla sua separazione si era messa con il collega dell’ex – marito come il padre fece con la nuova compagna alla morte della madre. Il figlio soffriva di bisogni compulsivi vari. Giustificava il gioco con la maggiore pericolosità degli ipotetici sostituti come droga, alcol. La figlia aveva avuto un passato di anoressia all’uscita di casa del padre e depressione post – partum alla prima figlia. Aleggiava depressione in quel grande appartamento che tutto andava a raccogliere, a rinchiudere e a disperdere. Il figlio non aveva relazioni affettive conosciute.

Tanti elementi, tanti dati patologici. Proiezioni, identificazioni. Come se la loro risoluzione potesse avere una ripercussione positiva sulla sua vita interiore. Nebbia. Soporifera nebbia.

CONTINUA

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02) La Signora senza destino

Ma li iniziarono i problemi. Veri.

Il marito le trovò lavoro dall’ambasciatore. Ma non era più il suo uomo: “… era diventato un libertino …” invece di occuparsi di lei e del bambino.

Non sapeva se l’aveva mai amato. Ma ormai voleva fare famiglia. Non ne aveva conosciuti altri. Il cuore non aveva mai battuto forte. Sembrava avesse dovuto. Non aveva la forza di poter immaginare una vita diversa da quella che aveva avuto. Figurarsi un destino diverso.

Tra altri pregi, era anche diventato violento con il passare degli anni.

La picchiava e picchiava il figlio quando non poteva sfogarsi completamente su di lei. La figlia divenne anoressica causa l’abbandono del padre. Indicativamente nell’ottantanove. Voleva provare a farsi una nuova vita, si sentiva ancora giovane diceva, l’ex marito.

Mi raccontò di aver vissuto un grande trauma alla separazione. “Così improvviso …” da lei descritto. Tentai di pensare qualcosa. Ma i risultati erano scarni. Dalla separazione del marito in poi tentò due volte il suicidio per assunzione di Tavor. La seconda volta assumendo cento pastiglie. Ma nuovamente con scarsi risultati.

Presi le pastiglie, mi misi a letto. E la mattina mia figlia mi trovò nel letto e chiamarono l’ambulanza … mi svegliai in ospedale però senza le flebo dell’altro ricovero. Poi andai a casa …” così, semplicemente. Era una storia con la quale avrei imparato a convivere.

Al termine.

Io: “La prossima volta se vuole, signora, parleremo un po’ più di lei …”

La signora sorpresa: “Ah si … e che dico? Ho finito”.

Ed Io: “Vedrà che verrà fuori dell’altro …”

Mi guardò tra il perplesso e il bisognoso.

Arrivederci”.

Arrivederci”.

Poco professionale, ma avevo sonno, sì. Facevo fatica a non sbadigliare. Avevo accorciato l’incontro a quarantacinque minuti. Ero coperto: asetticamente psicoanalitico. Minimo sindacale.

Incontrai il Dr.: “Tutto bene?”

Io: “Si …” cercando qualcosa di interessante da dire mentre mi stropicciavo gli occhi furtivamente.

Dr.: “Interessante vero?”

Io: “Si si!!”.

Sbadiglio.

Non capii cosa potesse esserci di interessante nel racconto stereotipato della signora. Individuai la causa inizialmente nella mia difficoltà penetrativa, nella mia incapacità di comprensione. Il torpore contro – transferale aveva avuto il sopravvento.

La stereotipia era importante, molto importante. Interessante per l’esattezza.

B) Venerdì 24 dicembre.

La malattia mentale

Come il diciassette.

Però in più aggiunse en passant…

Ma gliel’ho detto l’altra volta che non ho conosciuto mia madre e l’unico ricordo che ho di lei è una foto?”

Io: “No …”

E poi.

E che mia madre ha incominciato a sentirsi male dopo la nascita della sorellina minore che in realtà è una gemella di un fratellino nato morto?”

Io: “No …”

E ancora: “… e che in realtà era stata ricoverata, forse, in uno di quei posti dove va la gente esaurita, ed è morta, dicono di broncopolmonite?”

Io: “No … no …”

CONTINUA

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01) La Signora senza destino

La signora senza destino.

A) Venerdì 17 dicembre 2010.

Appena arrivato, a bruciapelo il Dr. mi comunicò che avrei avuto un colloquio con una paziente “interessante”. Non volle comunicarmi nulla a riguardo. Avrei dovuto indagare autonomamente.

Arrivò la signora, andatura lenta ma inesorabile. Tentò subito di agganciare il Dr.. Lui era però pronto a schivarla: la deviò su di me.

Dr.: “Buongiorno signora. Come va?”

Lei, lentamente: “Bene, grazie.”. Non sembrava.

Dr.: “Oggi può parlare con il dottore. Le può raccontare tutto. Se vuole. Arrivederci.”.

Lei: “Grazie. Arrivederci”. All’espressione del viso bisognoso di altro dopo questo abbandono il Dr. aggiunse allontanandosi: “Dall’inizio …” Collocandomi di fatto nella sua storia a pieno diritto. Formale.

Trovammo una stanza dove iniziare il colloquio. C’erano due sedie poste agli estremi del lato lungo di un angusto banchetto appoggiato alla parete. Con parte della schiena appoggiata al muro e parte allo schienale della sedia, i nostri corpi si fronteggiavano a quarantacinque gradi acuti. Con un separatore avrebbe saputo di sacrestia. Provai a tranquillizzare la signora riaffermando la sua completa libertà nel parlare.

Con tanto di crocefisso sopra di noi: “Mi dica signora …”.

Lei: “Devo parlare?”

Io: “Se vuole sì, signora”.

Lei: “Dall’inizio?”

Io: “Si signora. Da qualsiasi punto sia per lei l’inizio”

Lei: “Ah … bene” disse soddisfatta. Quindi pianse.

Un minuto.

Si asciugava le lacrime con un fazzoletto usato, pronto all’uso. Balenò in me l’intuizione che non sarebbe stata una passeggiata. Neanche per lei.

Il racconto iniziò da quando venne lasciata in collegio con le altre tre sorelle alla morte della madre. Forse. E ricominciò il pianto. E poi.

“…tre, tre, tre.” Mi spiegò che intendeva che erano tre sorelle e che dalla più piccola passavano tre anni e così da lei alla più grande. Tre, tre, tre.

La madre stava male, ricoverata da tempo in ospedale. Non capii mai bene di cosa soffrisse e del motivo del ricovero. Alla sua scomparsa il padre si fece subito una nuova vita. La nuova madre che “Non la chiamo matrigna perché è dispregiativo”, in realtà ne aveva tutti i titoli vista la sua determinante funzione nel farle chiudere in collegio e praticamente mai più entrare in casa. Anche il figlio nato dalla nuova unione non era un “fratellastro” per lo stesso motivo. “Gli volevo bene” per poi aggiungere poco dopo che non lo aveva mai realmente conosciuto.

Uscì dal collegio a tredici anni. Andò a lavorare a Marsala, Sicilia, come bambinaia assieme alle due sorelle. La più grande faceva la cameriera, lei guardava i bambini della casa come la sorella più piccola. Dopo due anni si ripresentò la stessa occasione a Roma. Andarono anche perché, come detto precedentemente, la casa paterna gli era ormai interdetta. La distribuzione delle mansioni era la medesima. Inserita in una comunità di emigrati sardi, conobbe un ragazzo, fratello di una sua amica sempre cameriera presso famiglie romane. Lo incontrava nelle otto ore settimanali di libertà che aveva suddivise equamente tra il giovedì e la domenica. Era più grande di sei anni e lavorava presso un ambasciatore come autista e tuttofare.

A dieciassette anni rimase incinta. Non poteva riconoscere il bambino come minore. Il ragazzo nicchiava. Nascose tutto alla famiglia per evitare problemi ancora più grandi. Di onore probabilmente. Alla nascita del bambino dovette resistere all’assalto delle assistenti sociali che volevano convincerla a darlo in adozione essendo lei ragazza madre. Le rimase di andare al brefotrofio, dove visse per nove mesi. Quindi riuscì ad uscire. E finalmente a sposarsi.

CONTINUA…

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03) Storia Della Signorina F.

Prosegue…

Ultimo incontro

La sala ricreativa era vuota e in penombra. Le altre pazienti o in stanza o a messa. Lei era lì seduta al suo posto, sulla sua poltrona, vicino al televisore. Era una giornata che prometteva pioggia e il colore del cielo era come quello della sera, quando la giornata si appresta a finire.

Mi vide, ma non disse niente, mi avvicinai.

Io: ”Buongiorno”.

F.: ”Salve fratello sano…sono distrutta. Domani esco”.

Ero stato informato. Sarebbe stata dimessa il giorno seguente. Non sembrava contenta. Rispetto poi alle continue lamentele sulle compagne di degenza mi aspettavo più entusiasmo. La notizia di tornare nel mondo reale aveva risvegliato in lei angoscia e paura. Non poteva comprare le “cremine” e tutti i ciondoli. Non le passavano più i soldi. Aveva paura, della sua agorafobia, degli autobus e dei marocchini. Come per il rapporto con i barboni. La badante la trattava male. La madre la teneva sempre sotto pressione psicofisica. La sorella la odiava. Il padre era morto. A casa fu travolta da un senso di vergogna che le veniva buttato addosso in modo genericamente gratuito e fuori da una analisi selvaggia, peraltro riscontrata anche dal Dr., data da sedute irregolari e interpretazioni precoci. Era tutto semplicemente un po’ più chiaro. Il mondo che la aspettava era quello del suo malessere. Voleva rimanere più a lungo: con i nuclei sani del “padre sano” (il Dr.), della Dottoressa e del “fratello sano” (io). Dovevamo chiudere la pancia, mi ricordò.

Era buio, e in penombra andava avanti il nostro colloquio dettato sempre dal ritmo di F. “allegro ma non troppo”. Tanti aneddoti, spesso riciclati e tappezzati di nuove emozioni e sfumature. Tanti centri e case di cura, dottori ed operatori nella sua vita, nella sua mente, tra una canzone abbozzata ed un’altra. Nei suoi desideri. Non sarà più come tanti anni fa. La morte del padre, quando aveva undici anni. Non come il suo precedente operatore che “…se l’è goduto fino ai trentadue!”.

“Non guarirò mai” mi disse. “Mi hanno detto a X che se non divento “spicchiatella”, non troverò mai marito. Ma io sono pronta per Gesù”. Mi confessa che un giorno tornerà per riposare ancora e sotto il benestare del “padre sano” potremmo andare mano nella mano a fare una passeggiata soli, io e lei. Ancora un’oscillazione tra il desiderio e la sua rimozione maniacale.

Poi, uno strappo, un elemento importante. Si stava chiudendo la pancia. La mia attenzione meno rigida ma più puntuale rispetto alle nostre risonanze mi aiutava a reggere l’impatto. Era importante. Forse ci saremmo rivisti a marzo, o ad aprile. In primavera. Per altri “…ventitré ventiquattro giorni di riposo”. Mi chiamerà. Se potrà. I contorni del suo viso si scioglievano tra le sue parole. Sorvolavano rapide l’attenzione e scomparivano velocemente come i primi fiocchi di neve al suolo. Neve di primavera. Ci avviavamo alla conclusione e lei mi raccontava ancora aneddoti già sentiti. Mi chiedevo se stesse dando la stessa importanza all’ultimo incontro che gli stavo dando io. Probabilmente molto di più, conclusi. Solo allora mi apparve chiaro che i suoi racconti stereotipati erano l’impalcatura della sua mente. Solo ricostruendola ogni volta poteva parlarmi per pochi secondi del padre, della madre, del mestruo, della sorella e altri vissuti consistentemente penosi. Altrimenti non aveva dove contenerli. Come la leggenda di Sisifo. Condannata a sospingere in cima la sfera, per poter dire durante il tempo della sua caduta . Poi ricominciare a creare lo spazio, per poter vedere, per poco. Era molto doloroso, faticoso.

F.: “Non posso parlartene” mi disse in due occasioni, visibilmente sofferente. Si difendeva. Fortemente. Erano due contenuti sessualmente accentati.

L’ultimo sogno: “Andavamo a passeggio su di una collina mano nella mano. Ci fermavamo e stavamo li tranquilli, quando incominciò a piovere.”. Tristezza e sessualità combinate da una sola parola ed una sola espressione del viso, nelle sua ultima immagine.

Noi siamo fratelli, però adottivi, altrimenti è una cosa brutta, sporca. Oscillava tra una forte sessualizzazione del rapporto e il contrario. Dalla sessualità era provata significativamente e i sensi di colpa per desideri infantili e incestuosi la reprimevano del tutto. Desiderio sessuale – disagio – parentela assicurativa – desiderio sessuale ancora – diniego.

Mi confidò di essersi accorta del messaggio dei miei occhi. Un giorno le comunicarono il mio dispiacere nel pensare il suo nucleo sano mescolato con quello delle “vecchie” della casa. E mi raccontò del Dr. che era contento dell’ipotetica buona conclusione della nostra storia. Anche se non poteva chiamarmi dottore porcellino… Prendeva i pensieri più belli, a lei più cari, li salvava trasformandoli, facendoli propri di persone come me o il Dr. o per dirla a suo modo, con il “nucleo sano”. Per non prendere stilettate. Per non bruciarli. Dura è la vita.

Era già visibilmente stanca. La stanchezza di chi sapeva cosa la aspettava. E di chi aveva provato. Quella stanchezza data da un equilibrio energeticamente patogeno. La madre era malata, la doveva massaggiare, diceva lei. E la sfruttava per sbrigare tutte le faccende dentro e fuori casa. Madre padrona, una bambina cresciuta nel ricordo di quello che sarebbe potuto essere. Senza un padre, anzi, senza due padri, con la morte che aleggiava, attiva e presente. Cattiva sorte. Caduti in disgrazia. Sarebbe potuto essere. Convinta ormai del suo ineluttabile destino “disagiato”, percepito, compreso, sventolatogli in faccia come una colpa. Una vergogna. La vergogna del desiderio. Voleva passare da due a dieci gocce di Valium. Tutto andava bene pur di non pensarci. L’importante era non dovere subire altri prelievi. Aveva già dato, donato. E ancora avrebbe aspettato prima di ricevere. Per molto ancora. La congedai.

Andandomene incontrai un’altra paziente, aveva dell’ansia. Ci penserà il Dr. per i farmaci dissi. Lei mi rispose che non bisognava di quello, voleva parlare. Ci penserà il Dr. per i dolori dell’anima.

E poi un’altra ancora. Stava tanto male diceva. Ci penserà la Dottoressa, le dissi, per le medicine. E lei disse che aveva bisogno di parlare, tanto. Ed io le dissi che ci avrebbe pensato la dottoressa per i dolori dello spirito.

E intanto mi guardava a distanza ancora, F. Appoggiata al muro del corridoio, le mani dietro la schiena. In fondo volevano parlare, solo parlare. O meglio, essere ascoltate, solo essere ascoltate.

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02) Storia Della Signorina F.

Prosegue…

Neve di primavera.

L’istantanea con autoscatto della sua organizzazione mentale raccontava di un camino acceso dove venivano all’occorrenza bruciate le parole. Nella stessa stanza si trovavano i pensieri che vagavano liberi. Ora, se i pensieri rimanevano nell’etere erano salvi, ma non si potevano dire. Nel momento in cui diventavano parole dovevano essere bruciate e non si potevano più utilizzare. Se si resisteva a questo meccanismo tentando di ascoltare e poi esprimere verbalmente il pensato che vagava libero, arrivavano delle stilettate sulle ginocchia da una persona non bene definita.

L’idea trasmessami da questa scena era di un pensiero simbolico, troppo doloroso da vedere ed essere provato emozionalmente, quindi da poter codificare in parole. La comprensione doveva essere contenuta, ma la strategia era distruttiva. La sensazione era di un forte dispendio libidico. Da lì la caratteristica tenerezza di usare frequentemente diminutivi: la tendenza sadica era frenata nel bruciare il pensiero, poi parola, vissuto come e nella sua componente aggressiva. Il potenziale di angoscia era doloroso in modo direttamente proporzionale alla sua consapevolezza. Tutto sommato era meglio bruciare il desiderio del nucleo patologico, essere stanchi, che essere colpiti.

Tra un discorso apparentemente di poca importanza e un altro:

F.: “Io mi sento femminuccia e ne è l’unico segno evidente solo quando ho le mestruazioni. Ed è anche l’unico momento nel quale mi sento pulita”. Si sentiva pulita nella limitazione “impostagli” ma quanto mai gradita proporzionalmente al desiderio. Limitazioni pratiche, ormonali nella diminuzione del desiderio. E nell’uso di un tabù. Il tabù del rapporto sessuale con sconosciuti durante il mestruo è qui usato per annullarne il desiderio.

F.: “Mi piace molto Michael Jackson. Sa, non è pedofilo, e lo hanno ucciso. X alla struttura Y mi ha detto che mi piace solo perché ha un “pene” (più prosaicamente nella realtà) gigante”.

Io: “Non merita neanche replica una tale insinuazione verso di lei, persona così di cultura e livello…”. Sentii il bisogno di doverla ripulire ulteriormente. Avevo perso il controllo e tentavo di ripristinarlo in lei rinforzandola razionalmente. Non avrei dovuto ma a conti fatti fu più utile coprire un po’ più che continuare a svelare. E poi mi ero ripulito anche’io.

F. sorrise, mi guardò riconoscente della mia galanteria e riservatezza. Non adesso, se ne parlerà magari un’altra volta. Sapevamo che non era così. Sarebbero bastati pochi incontri a oltrepassare questo limite.

Mi confidò di ritenersi irrecuperabile. Gli risposi affermando fermamente la mia convinzione che si trovasse sulla strada giusta, comunque. Mi sentii autorizzato a un’affermazione di questo genere confortato dalla sua storia clinica recente. Ma era davvero migliorata? Il setting, o meglio la sua peculiare impalpabilità, mi permetteva paradossalmente di abbassare la guardia. Non ero sicuro affatto di quello che avevo previsto, ma ne ero sicuro in altro modo: il potenziale umano era ricco. Per ultimo, ma non per importanza, le comunicai la mia fiducia perché faceva bene a entrambi. Alla sua vita tanto vituperata. Alla mia inesperta compassione. E in fondo costava poco rispetto al rendimento. Ne ero sicuro e glielo comunicai.

L’anamnesi fu complessa da ricavare. Confusa e contraddittoria sul piano di realtà come naturalmente funzionale ai racconti di F. quanto poi a tratti inutile rispetto alla realtà della sua vita vissuta psichica. Brevemente.

Le muore il padre a undici anni.

Quarta figlia, due sorelle erano decedute, la madre era gravemente malata.

A diciotto anni i primi segni di scompenso, frequentò un collegio, a ventisei iniziò un analisi personale che durò 13 anni fino a quando uno degli analisti (non è chiaro questo frangente) le consigliò di farsi ricoverare.

A trentuno anni si iscrisse alla facoltà di psicologia.

48 anni e da tre non frequentava centri per la cura mentale.

Disse di essere figlia adottiva di suo padre. Ma poi lo negò.

Un altro Giorno.

Esordì in maniera decisa F.:”…sono le 11…” con un chiaro tono polemico.

Io con un tono sinceramente sereno: “Sempre verso quest’ora ci vediamo no?”.

F.: “Beh si…perché cosa ho detto?” come a tirarsi indietro.

Era triste perché la madre non la chiamava da qualche giorno. Forse non sapeva del suo ricovero e probabilmente le mancava un quadro patologico esaustivo. O realisticamente non poteva accettarlo.

Io:“Ma vuoi andare via?”

F.:”Quando avrò dormito a sufficienza si…”. Questo desiderio aveva l’aria di sensi di colpa contenuti in una coltre depressiva. Dopo qualche rassicurazione che prima o poi l’avrebbe chiamata incominciò a farsi avanti con decisione.

F.: “Ho sognato che è nato un bambino. Un bambino buono. E ce l’ho tra le braccia. È nostro…”.

Io: “Hai visto che la mia sensazione trasmessale la settimana scorsa ha trovato conforto dentro di lei? È un bel sogno “sognare” di dare la vita ad un bambino”.

F.:“Si…Io mi posso sposare solo con Gesù Cristo o con qualche principe, altrimenti suora.

Ah, un’altra cosa: ma dove eri venerdì? Ti ho cercato per tutta la villa!”

Io:”Non ci sono il venerdì, non potevi trovarmi, ci sono il lunedì e mercoledì”.

F.:”E come faccio io. Mi apri la pancia e poi rimane aperta, non si chiude finché non ritorni. Psicologicamente e fisicamente. Ho un taglio qui. Qui c’è il bambino”. Sguardo ammiccante ma controllato come timorosa della mia reazione.

Non alimentai. Ma lei continuò.

F.:”Posso chiamarti dottore porcellino? Sa…” come ad intendere una intimità fisica.

Io:”No..non si può”.

F.:”Peccato…con l’altro psicologo potevo…”.

Io:”Ma ognuno…”.

F.:”Si si…”.

E ancora mi propose di diventare il suo ragazzo, di fare delle passeggiate soli mano nella mano o almeno a braccetto, ancora di chiamarmi dottore porcellino.

Ai miei fermi rifiuti rispose forzando ulteriormente. Mi raccontò delle sue esperienze sessuali. Due a memoria. La prima nella quale il ragazzo le toccava il seno e la seconda nella quale accadeva “il fatto” come da lei chiamato. Il tentativo seduttivo fu così parossistico che non mi creò problemi. Almeno apparentemente. Lei lo intuì chiaramente ma comunque fece un passo indietro, in un ruolo meno pericoloso e traballante.

F.:”Sa dottore…con te ho 48, anni ma anche 5 dentro di me! Per te sarei disposta a portare il pannolone per tutta la vita”.

“Bene” pensai. Dopo tanto parlare, sentire e accusare, un dato anamnestico della sua realtà psichica era emerso in tutta la sua tranquillizzante forma numerica. Mi rimaneva tanto dal quale guardarmi. Lei aveva intuito che nei primi colloqui era entrata senza incontrare difese discriminanti, e aveva provato a sfruttarlo. Da etereo e quasi indiscriminato, il transfert si era repentinamente sessualizzato. Trasformandosi. Le moltitudini di operatori ai quali lei faceva riferimento con grande devozione erano un feticcio. Ma oggi era sembrato che avesse puntato tutto su di un numero. Aveva messo in gioco il suo disagio. Era calata la maschera. Stava iniziando la regressione.

Mi stava ammaliando? Il transfert sessualizzato che stava inscenando, era sempre una ripetizione in fondo. Era precoce, eccessivamente. Dopo un primo momento di collusione giunsi a un’amara conclusione: mi stava dando quello che volevo. Le sue parole, le sue affermazioni, le sue simbolizzazioni erano degne di essere spalmate in tempi considerevolmente più lunghi senza per questo perdere la loro carica trasformativa. Cominciai a considerare la situazione transferale, prima buona, poi ottima fino all’eccessivamente gratificante.  Ci si chiederà a questo punto cosa c’era di così anomalo in una situazione transferale di questo tipo per quanto forte…e anche per quanto rapida viste le caratteristiche combinate della paziente e del contesto terapeutico. Ebbi un dubbio. Sentivo qualcosa di strano. E di strano c’era che il transfert non si era mai formato. O almeno in proporzioni di molto inferiori a quelle mostrate. Anzi: la sua qualità era diversa. Avevo di fronte a me la ripetizione di anni di vita ospedaliera psichiatrica e non di dinamiche familiari espressamente genitoriali. Troppo calde evidentemente. Un eco dunque. Un derivato di troppo. E mi stava testando. Lo aveva fatto precedentemente. Continuava a farlo. Probabilmente facendo un confronto con il suo personalissimo “gruppo controllo” di comportamenti terapeutici. Di esperienza ne aveva. Ero stato presuntuoso. Di positivo considerai il processo di scrematura, che probabilmente, ma molto più in la mi avrebbe portato a confrontarmi con la translazione del suo vero passato e non con il surrogato della sua difesa razionale. Se me lo fossi guadagnato. Mi aveva ammaliato.

Il problema, o meglio uno dei tanti, era “il nucleo del disagio”, così denominato da F., interno ed esterno. Oltre ad essere “picchiatella” doveva “sorbirsi” questi nuclei patologici da “tutte queste vecchie pazze e dalle suore”. “Cos’ho da spartire con loro” chiedeva. Lei doveva “spicchiatellarsi”, ma con tutti quei “nuclei del disagio” nei paraggi non era semplice. E poi non era come loro che nel peggiore dei casi rientravano dopo tre mesi e nei migliori dopo sette. Lei erano tre anni che stava bene.

F.: ”Alcune cose non posso dirle. Non voglio”.

Io: ”Giusto così”.

F.: ”Sono private” per poi iniziare a mimare qualcosa. Stava mostrando fisicamente la scena. Non aveva parole sufficientemente scariche libidicamente. Rischioso poterle dire. Le stava rappresentando, con viso serio e impegnato nel suo mimo psicotico. Non capii niente. Il pensiero corse a Bion che riferiva nei racconti delle sue sedute di vedere gli oggetti bizzarri lanciati dal paziente per la stanza… pensai come fosse fondamentale osservare i punti di caduta… visto che prima o poi bisognava andare anche a raccoglierli. Io mi limitai fiducioso ad attendere una futura trasformazione verbale.

CONTINUA…

Pubblicato in: Storie di psicoanalisi

01) Storia Della Signorina F.

La signorina F.

Primo giorno. E gli altri.

Passeggiavamo tra i vari reparti della casa di cura. Un giro esplorativo. Il dottore  mi consigliò di prestare attenzione. Si avvicinò una donna dal viso curato, notevolmente, fuorviante dell’età anagrafica. Stavo per conoscere la signorina F. La introdusse come una paziente “straordinaria”. Ci raggiunse mostrando soddisfazione. Passo rapido, viso a terra, determinata. L’esposizione datagli dal breve tragitto le era pesata.

F.: “Buongiorno padre sano.” disse riferendosi al Dr. e tentando un rispettoso abbraccio.

Il Dr.: “Buongiorno F., come va oggi?” schivandolo in modo altrettanto garbato.

Da quell’istante i saluti, i colloqui o le chiacchierate con F. si trasformarono in un esercizio linguistico coatto e psichicamente invasivo. Era composto di libere associazioni, rime, citazioni, frasi fatte, vezzeggiativi e motti di spirito in generale che doveva essere interrotto da terzi. Il Dr. mi chiese cosa ne pensassi. La prima sensazione indefinita, disorientante. Mi aveva confuso. Avevo posto molta attenzione alle sue parole e paradossalmente si era rivelata una strategia poco redditizia. Pensai che dovessi allentare la presa. E di dovermi difendere maggiormente per districare le trame tessute dalle molte parole. Filtrarle e aspettare di valutarne la posa.

Doveva nel suo presente psichico parlare. Doveva liberarsi. Una prolungata esplosione anale. È stitica. È ossessiva. È una catena di esplosioni. Un flusso di coscienza continuo. Quasi continuo. Tra la moltitudine di parole, concetti e collegamenti che produceva, fatta concentrare su uno di questi, ad hoc, su dei nodi, s’interrompeva il flusso. Riprendeva fiato e continuava con un tipico “…e allora…”. Una corda era stata toccata. A volte cambiava timbro: “Somatizzo sulla voce, le corde vocali sa, fratello sano, e sull’intestino…sa…sono stitica”. Ossessiva e ossessionata dalla pulizia. Tendeva a sottolinearlo sempre d’altronde, era diventato un vanto. Ormai scudo del nucleo patologico e niente più. Da difesa svolta e organizzata per anni senza consapevolezza adesso era utilizzata come uno strumento utile a non crollare. La sbandierava la sua ossessione. Tentava di distrarre l’attenzione dalla sua ferita. Teneva tutto un po’ più vicino l’ordine e la pulizia, conteneva la disintegrazione. E quel poco che ancora riusciva a creare lo teneva dentro di se.

F.: ”Nel mio armadio metto delle piccole borsette contenenti profumo alla fragola. Sa, si tratta di avere rispetto per se stessi, contro una sensazione di ‘barbonaggio’”. La paura della deriva è riscontrabile significativamente nelle ossessioni e fobie legate all’igiene. Ed era una prima strategia. Come seconda si avvaleva di un’acuta razionalizzazione: nei momenti più profondi dei colloqui incominciava a citare espressioni tecniche analitiche o psichiatriche donategli incautamente in tutti questi anni di peregrinare tra strutture di varia accoglienza.

Io: “F. che ne pensa se non usassimo più tutti questi tecnicismi?” suggerii.

E lei: ”…finalmente…”.

Io: ”Proviamo a parlare…”.

E lei: ”Con il cuore…”.

Ma non poteva.

L’istantanea con autoscatto della sua organizzazione mentale raccontava di un camino acceso dove venivano all’occorrenza bruciate le parole. Nella stessa stanza si trovavano i pensieri che vagavano liberi. Ora, se i pensieri rimanevano nell’etere erano salvi, ma non si potevano dire. Nel momento in cui diventavano parole dovevano essere bruciate e non si potevano più utilizzare. Se si resisteva a questo meccanismo tentando di ascoltare e poi esprimere verbalmente il pensato che vagava libero, arrivavano delle stilettate sulle ginocchia da una persona non bene definita.

L’idea trasmessami da questa scena era di un pensiero simbolico, troppo doloroso da vedere ed essere provato emozionalmente, quindi da poter codificare in parole. La comprensione doveva essere contenuta, ma la strategia era distruttiva. La sensazione era di un forte dispendio libidico. Da lì la caratteristica tenerezza di usare frequentemente diminutivi: la tendenza sadica era frenata nel bruciare il pensiero, poi parola, vissuto come e nella sua componente aggressiva. Il potenziale di angoscia era doloroso in modo direttamente proporzionale alla sua consapevolezza. Tutto sommato era meglio bruciare il desiderio del nucleo patologico, essere stanchi, che essere colpiti.

Tra un discorso apparentemente di poca importanza e un altro:

F.: “Io mi sento femminuccia e ne è l’unico segno evidente solo quando ho le mestruazioni. Ed è anche l’unico momento nel quale mi sento pulita”. Si sentiva pulita nella limitazione “impostagli” ma quanto mai gradita proporzionalmente al desiderio. Limitazioni pratiche, ormonali nella diminuzione del desiderio. E nell’uso di un tabù. Il tabù del rapporto sessuale con sconosciuti durante il mestruo è qui usato per annullarne il desiderio.

F.: “Mi piace molto Michael Jackson. Sa, non è pedofilo, e lo hanno ucciso. X alla struttura Y mi ha detto che mi piace solo perché ha un “pene” (più prosaicamente nella realtà) gigante”.

Io: “Non merita neanche replica una tale insinuazione verso di lei, persona così di cultura e livello…”. Sentii il bisogno di doverla ripulire ulteriormente. Avevo perso il controllo e tentavo di ripristinarlo in lei rinforzandola razionalmente. Non avrei dovuto ma a conti fatti fu più utile coprire un po’ più che continuare a svelare. E poi mi ero ripulito anche’io.

F. sorrise, mi guardò riconoscente della mia galanteria e riservatezza. Non adesso, se ne parlerà magari un’altra volta. Sapevamo che non era così. Sarebbero bastati pochi incontri a oltrepassare questo limite.

Mi confidò di ritenersi irrecuperabile. Gli risposi affermando fermamente la mia convinzione che si trovasse sulla strada giusta, comunque. Mi sentii autorizzato a un’affermazione di questo genere confortato dalla sua storia clinica recente. Ma era davvero migliorata? Il setting, o meglio la sua peculiare impalpabilità, mi permetteva paradossalmente di abbassare la guardia. Non ero sicuro affatto di quello che avevo previsto, ma ne ero sicuro in altro modo: il potenziale umano era ricco. Per ultimo, ma non per importanza, le comunicai la mia fiducia perché faceva bene a entrambi. Alla sua vita tanto vituperata. Alla mia inesperta compassione. E in fondo costava poco rispetto al rendimento. Ne ero sicuro e glielo comunicai.

Continua…

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