Pubblicato in: Storie di psicoanalisi

04) La Signora senza destino

E) “Oltre la nebbia”.

Quante parole. Semplici e chiare. Dotate di senso, consequenziali. Mi aveva raccontato una notevole mole di eventi della sua vita, ripentendoli più volte per giunta. Dal più insignificante al più decisivo. Dando un’intonazione ponderata. Mai sopra le righe. Interpretazioni di ricordi di vita standard. Era un pacchetto, pronto all’uso. Chiuso. Coperto. Nel suo stile narrativo così metodico andavano quasi perdendosi le nozioni fondamentali. Lei andava avanti sia parlasse del suo lavoro sia del suo tentativo di suicidio. E si creava una nebbia. Soporifera. Che addormentava le sensazioni e le emozioni. Nell’uditore. Ma soprattutto in lei. Tante parole, tantissime. Pochi pensieri. E dove ce ne era il bisogno ecco pronto un ulteriore surplus. Altra nebbia. E le luci delle case erano le luci delle stelle.

Piccoli strappi della sua storia c’erano, vero. Volevo evitare un forzatura dell’interpretazione dei singoli eventi. Mi sembravano interpretazioni sterili. Non aprivano comprensioni più ampie. Sembravano variazioni sul tema. Camuffate. Binari che morivano inesorabilmente. In realtà erano parole di frasi che si potevano creare da una sintassi alternativa. “A levare”. Creavano un tema in secondo piano, come nelle illusioni ottiche. Da vedere, cercare. Da evitare.

Quale tema allora si nascondeva nella nebbia? Quali pezzi del mosaico bisognava riunire per dare una connotazione emotiva ad una vita raccontata così piatta?

Ero dell’idea che da qualche parte li, nella nebbia, c’era qualcosa che non era dato vedere, sentire, parlare. Formare il mosaico. La nebbia era una gabbia. Bisognava riportare le proiezioni a casa. Si percepiva un pericolo. La sua mente. Il suo pensiero, quello pensante. Le sue fantasie. Le sue emozioni. Erano nate morte. Gemelle di un modello da acquisire, dato. A scatola chiusa. Bisognava nascondere l’originale. Rinchiuderlo. In fondo non era ben chiaro come fossero andate le cose. Di cosa era morto? Era morto. Nel momento dei due tentati suicidi cosa aveva visto tra le bianche spire dei suoi vissuti? La morte? Plausibile: “… sa, mi sono suicidata due volte …”.

O qualcosa di inaspettato. Peggiore. Come la fantasia. Tremebonda. Desiderata. Temuta. Come la vita. E allora meglio addormentarsi, ancora un po’ e magari per sempre. Per non sapere. Per non desiderare mai più.

D) Venerdì 14 gennaio.

Arrivai tardi in clinica. Come durante tutto quel periodo. Tentai di rilassarmi al distributore di bevande e varie. Presi un caffè e sedendomi sorseggiai la calda bevanda guardandomi attorno. Per godermi la clinica. Per sentirmi meno ospite.

Casualmente passò di li il Dr. e dopo i saluti di rito mi accompagnò al reparto della signora. La fece chiamare.

Quando la vidi avvicinarsi nel corridoio, inesorabile, capii il perché di quella lenta ed inusuale sosta mattutina nonostante il mio già evidente ritardo. Qualcosa sapeva che da quel caffè dovevo acquisire più di qualche mg di caffeina. Mancavano dei corvi a strascico e una tempesta da cornice. Era più giù del solito. Trattenni il fiato.

Io: “Buongiorno signora come va?”. Sapevo di plastica.

La signora: “M”. Suono discendente con eco. Tonalità simile ai mantra intonati dai monaci tibetani.

Deglutii: “Bene, andiamo.”

Entrammo nella stanza e senza neanche si sedesse: “Dottore, ma a che servono questi incontri? Insomma voglio dire…”

Mi innervosì molto questa provocazione ma non caddi nella domanda: “Me lo dovrebbe dire lei signora. O ancora meglio, potremmo trovarlo insieme”.

Come non fosse successo niente incominciò nuovamente a raccontarmi la ben conosciuta storia della sua vita. Poi ad un tratto mi disse: “A che servono questi incontri?”.

Respirai, presi tempo, contai fino a dieci. Ma non servì. Mancava poco alla fine dell’incontro e decisi che una piccola scossa male non le avrebbe fatto. Reagii: “Non servono se lei continua a parlare degli altri. Se lei continua a pensare che il problema sia fuori di lei. So tutto di sua figlia, figlio, ex marito. Ma di lei? Quando incominceremo a parlare di lei?”.

E lei: “E cosa le dico?”.

Mi spense. Non che esternamente mi fossi scomposto, ma presi ancora qualche secondo per rimettermi in ordine. Questo scambio l’aveva vinto chiaramente.

La congedai.

E)Venerdì 21 gennaio.

Mi aveva veramente provato l’incontro precedente. Arrivai in clinica con un po’ di ritardo. Ero pronto all’impatto con quella massa gelatinosa della sua depressione e rappresentata fisicamente dal suo corpo, compatto, smussato e inafferrabile. Lento nei movimenti, ma inesorabile.

Mi riparlò della sua pensione, del marito che l’aveva lasciata nell’ottantanove, del figlio che giocava compulsivamente, era depresso e non aveva la ragazza… sapevo ormai tutto a menadito.

Mi parlò però con gioia dei suoi nipotini come di un qualcosa di bello. Da curare. Provai ad inserirmi.

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