Pubblicato in: Storie di psicoanalisi

02) Storia Della Signorina F.

Prosegue…

Neve di primavera.

L’istantanea con autoscatto della sua organizzazione mentale raccontava di un camino acceso dove venivano all’occorrenza bruciate le parole. Nella stessa stanza si trovavano i pensieri che vagavano liberi. Ora, se i pensieri rimanevano nell’etere erano salvi, ma non si potevano dire. Nel momento in cui diventavano parole dovevano essere bruciate e non si potevano più utilizzare. Se si resisteva a questo meccanismo tentando di ascoltare e poi esprimere verbalmente il pensato che vagava libero, arrivavano delle stilettate sulle ginocchia da una persona non bene definita.

L’idea trasmessami da questa scena era di un pensiero simbolico, troppo doloroso da vedere ed essere provato emozionalmente, quindi da poter codificare in parole. La comprensione doveva essere contenuta, ma la strategia era distruttiva. La sensazione era di un forte dispendio libidico. Da lì la caratteristica tenerezza di usare frequentemente diminutivi: la tendenza sadica era frenata nel bruciare il pensiero, poi parola, vissuto come e nella sua componente aggressiva. Il potenziale di angoscia era doloroso in modo direttamente proporzionale alla sua consapevolezza. Tutto sommato era meglio bruciare il desiderio del nucleo patologico, essere stanchi, che essere colpiti.

Tra un discorso apparentemente di poca importanza e un altro:

F.: “Io mi sento femminuccia e ne è l’unico segno evidente solo quando ho le mestruazioni. Ed è anche l’unico momento nel quale mi sento pulita”. Si sentiva pulita nella limitazione “impostagli” ma quanto mai gradita proporzionalmente al desiderio. Limitazioni pratiche, ormonali nella diminuzione del desiderio. E nell’uso di un tabù. Il tabù del rapporto sessuale con sconosciuti durante il mestruo è qui usato per annullarne il desiderio.

F.: “Mi piace molto Michael Jackson. Sa, non è pedofilo, e lo hanno ucciso. X alla struttura Y mi ha detto che mi piace solo perché ha un “pene” (più prosaicamente nella realtà) gigante”.

Io: “Non merita neanche replica una tale insinuazione verso di lei, persona così di cultura e livello…”. Sentii il bisogno di doverla ripulire ulteriormente. Avevo perso il controllo e tentavo di ripristinarlo in lei rinforzandola razionalmente. Non avrei dovuto ma a conti fatti fu più utile coprire un po’ più che continuare a svelare. E poi mi ero ripulito anche’io.

F. sorrise, mi guardò riconoscente della mia galanteria e riservatezza. Non adesso, se ne parlerà magari un’altra volta. Sapevamo che non era così. Sarebbero bastati pochi incontri a oltrepassare questo limite.

Mi confidò di ritenersi irrecuperabile. Gli risposi affermando fermamente la mia convinzione che si trovasse sulla strada giusta, comunque. Mi sentii autorizzato a un’affermazione di questo genere confortato dalla sua storia clinica recente. Ma era davvero migliorata? Il setting, o meglio la sua peculiare impalpabilità, mi permetteva paradossalmente di abbassare la guardia. Non ero sicuro affatto di quello che avevo previsto, ma ne ero sicuro in altro modo: il potenziale umano era ricco. Per ultimo, ma non per importanza, le comunicai la mia fiducia perché faceva bene a entrambi. Alla sua vita tanto vituperata. Alla mia inesperta compassione. E in fondo costava poco rispetto al rendimento. Ne ero sicuro e glielo comunicai.

L’anamnesi fu complessa da ricavare. Confusa e contraddittoria sul piano di realtà come naturalmente funzionale ai racconti di F. quanto poi a tratti inutile rispetto alla realtà della sua vita vissuta psichica. Brevemente.

Le muore il padre a undici anni.

Quarta figlia, due sorelle erano decedute, la madre era gravemente malata.

A diciotto anni i primi segni di scompenso, frequentò un collegio, a ventisei iniziò un analisi personale che durò 13 anni fino a quando uno degli analisti (non è chiaro questo frangente) le consigliò di farsi ricoverare.

A trentuno anni si iscrisse alla facoltà di psicologia.

48 anni e da tre non frequentava centri per la cura mentale.

Disse di essere figlia adottiva di suo padre. Ma poi lo negò.

Un altro Giorno.

Esordì in maniera decisa F.:”…sono le 11…” con un chiaro tono polemico.

Io con un tono sinceramente sereno: “Sempre verso quest’ora ci vediamo no?”.

F.: “Beh si…perché cosa ho detto?” come a tirarsi indietro.

Era triste perché la madre non la chiamava da qualche giorno. Forse non sapeva del suo ricovero e probabilmente le mancava un quadro patologico esaustivo. O realisticamente non poteva accettarlo.

Io:“Ma vuoi andare via?”

F.:”Quando avrò dormito a sufficienza si…”. Questo desiderio aveva l’aria di sensi di colpa contenuti in una coltre depressiva. Dopo qualche rassicurazione che prima o poi l’avrebbe chiamata incominciò a farsi avanti con decisione.

F.: “Ho sognato che è nato un bambino. Un bambino buono. E ce l’ho tra le braccia. È nostro…”.

Io: “Hai visto che la mia sensazione trasmessale la settimana scorsa ha trovato conforto dentro di lei? È un bel sogno “sognare” di dare la vita ad un bambino”.

F.:“Si…Io mi posso sposare solo con Gesù Cristo o con qualche principe, altrimenti suora.

Ah, un’altra cosa: ma dove eri venerdì? Ti ho cercato per tutta la villa!”

Io:”Non ci sono il venerdì, non potevi trovarmi, ci sono il lunedì e mercoledì”.

F.:”E come faccio io. Mi apri la pancia e poi rimane aperta, non si chiude finché non ritorni. Psicologicamente e fisicamente. Ho un taglio qui. Qui c’è il bambino”. Sguardo ammiccante ma controllato come timorosa della mia reazione.

Non alimentai. Ma lei continuò.

F.:”Posso chiamarti dottore porcellino? Sa…” come ad intendere una intimità fisica.

Io:”No..non si può”.

F.:”Peccato…con l’altro psicologo potevo…”.

Io:”Ma ognuno…”.

F.:”Si si…”.

E ancora mi propose di diventare il suo ragazzo, di fare delle passeggiate soli mano nella mano o almeno a braccetto, ancora di chiamarmi dottore porcellino.

Ai miei fermi rifiuti rispose forzando ulteriormente. Mi raccontò delle sue esperienze sessuali. Due a memoria. La prima nella quale il ragazzo le toccava il seno e la seconda nella quale accadeva “il fatto” come da lei chiamato. Il tentativo seduttivo fu così parossistico che non mi creò problemi. Almeno apparentemente. Lei lo intuì chiaramente ma comunque fece un passo indietro, in un ruolo meno pericoloso e traballante.

F.:”Sa dottore…con te ho 48, anni ma anche 5 dentro di me! Per te sarei disposta a portare il pannolone per tutta la vita”.

“Bene” pensai. Dopo tanto parlare, sentire e accusare, un dato anamnestico della sua realtà psichica era emerso in tutta la sua tranquillizzante forma numerica. Mi rimaneva tanto dal quale guardarmi. Lei aveva intuito che nei primi colloqui era entrata senza incontrare difese discriminanti, e aveva provato a sfruttarlo. Da etereo e quasi indiscriminato, il transfert si era repentinamente sessualizzato. Trasformandosi. Le moltitudini di operatori ai quali lei faceva riferimento con grande devozione erano un feticcio. Ma oggi era sembrato che avesse puntato tutto su di un numero. Aveva messo in gioco il suo disagio. Era calata la maschera. Stava iniziando la regressione.

Mi stava ammaliando? Il transfert sessualizzato che stava inscenando, era sempre una ripetizione in fondo. Era precoce, eccessivamente. Dopo un primo momento di collusione giunsi a un’amara conclusione: mi stava dando quello che volevo. Le sue parole, le sue affermazioni, le sue simbolizzazioni erano degne di essere spalmate in tempi considerevolmente più lunghi senza per questo perdere la loro carica trasformativa. Cominciai a considerare la situazione transferale, prima buona, poi ottima fino all’eccessivamente gratificante.  Ci si chiederà a questo punto cosa c’era di così anomalo in una situazione transferale di questo tipo per quanto forte…e anche per quanto rapida viste le caratteristiche combinate della paziente e del contesto terapeutico. Ebbi un dubbio. Sentivo qualcosa di strano. E di strano c’era che il transfert non si era mai formato. O almeno in proporzioni di molto inferiori a quelle mostrate. Anzi: la sua qualità era diversa. Avevo di fronte a me la ripetizione di anni di vita ospedaliera psichiatrica e non di dinamiche familiari espressamente genitoriali. Troppo calde evidentemente. Un eco dunque. Un derivato di troppo. E mi stava testando. Lo aveva fatto precedentemente. Continuava a farlo. Probabilmente facendo un confronto con il suo personalissimo “gruppo controllo” di comportamenti terapeutici. Di esperienza ne aveva. Ero stato presuntuoso. Di positivo considerai il processo di scrematura, che probabilmente, ma molto più in la mi avrebbe portato a confrontarmi con la translazione del suo vero passato e non con il surrogato della sua difesa razionale. Se me lo fossi guadagnato. Mi aveva ammaliato.

Il problema, o meglio uno dei tanti, era “il nucleo del disagio”, così denominato da F., interno ed esterno. Oltre ad essere “picchiatella” doveva “sorbirsi” questi nuclei patologici da “tutte queste vecchie pazze e dalle suore”. “Cos’ho da spartire con loro” chiedeva. Lei doveva “spicchiatellarsi”, ma con tutti quei “nuclei del disagio” nei paraggi non era semplice. E poi non era come loro che nel peggiore dei casi rientravano dopo tre mesi e nei migliori dopo sette. Lei erano tre anni che stava bene.

F.: ”Alcune cose non posso dirle. Non voglio”.

Io: ”Giusto così”.

F.: ”Sono private” per poi iniziare a mimare qualcosa. Stava mostrando fisicamente la scena. Non aveva parole sufficientemente scariche libidicamente. Rischioso poterle dire. Le stava rappresentando, con viso serio e impegnato nel suo mimo psicotico. Non capii niente. Il pensiero corse a Bion che riferiva nei racconti delle sue sedute di vedere gli oggetti bizzarri lanciati dal paziente per la stanza… pensai come fosse fondamentale osservare i punti di caduta… visto che prima o poi bisognava andare anche a raccoglierli. Io mi limitai fiducioso ad attendere una futura trasformazione verbale.

CONTINUA…

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