16) Autolesionismo

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Qualche riflessione.

Nelle conclusioni inizierei subito con il dire che non sono delle vere e proprie conclusioni… Sono piuttosto un quadro riassuntivo delle caratteristiche più rilevanti che con ragionevole fiducia si andranno ad incontrare nel trattamento di soggetti aventi comportamenti autolesionistici identitari ed annichilenti. Le conclusioni penso siano più adeguate ad un caso clinico.

Quindi troveremo probabilmente un soggetto disorientato nel suo equilibrio interno rispetto alla pulsione di morte e di vita: quali le derive eclatanti? Masochismo? Sadismo? Quale il persecutore interno? Quale maschera sostitutiva dell’identità? Frammentazione patologica o di passaggio? Possibilità di accedere ad un contenitore oltre quello analitico? Importantissima la, probabilmente, avviluppante relazione materna, valutare qualitativamente quanto super – egoica è quella paterna. Attenzione alla relazione terapeutica che vista le tendenze seduttive e manipolatorie di questi soggetti (a livello statisticamente significativo personalità orali) può ingannare anche nel controtransfert più controllato. Il narcisismo aleggerà come collante.

Naturalmente facendo questa breve panoramica dei punti chiave non avrò aggiunto niente di nuovo all’idea che vi sarete fatta autonomamente, ma ho corso il rischio di annoiarvi per dare più visibilità agli aspetti clinici magari un pò troppo diluiti nel testo. La finalità era fissare quelli che penso siano gli aspetti focali. Ripeto e mi rendo conto comunque che senza un caso specifico possano suonare un po’ sterili. Sperando di essere stato chiaro nel mio intento.

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15) Autolesionismo

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15)

Effetti collaterali.

Nei comportamenti autolesionistici propriamente detti (tatuarsi, inserire oggetti sotto pelle, bruciarsi) gli effetti collaterali connotati piacevolmente sono ascrivibili a tre ambiti.

Fisiologico.

La produzione di endorfina successiva alla pratica induce nel soggetto una sensazione corporea particolarmente piacevole che lo ricompensa del coraggio investito. Basta considerare che in alcuni casi le zone scelte sono quanto mai particolari. A questo si aggiunge l’oggettiva qualità antidepressiva di tale sostanza endogena.

Sociale.

La possibilità di far parte di un “oggetto contenitore”. L’approvazione gruppale proporzionata all’estremismo della scelta. Quindi leadership, accettazione, inclusione. Da non sottovalutare il piacere indotto dalla volontaria, in quanto ostentata, emarginazione sociale data dalle spiccate differenze comunicative estetiche.

Psichico.

È naturalmente la gratificazione più ambita ed è suddivisa su due piani. Il primo interessa il livello di malessere interiore percepito: grazie all’endorfina, dalle note proprietà antidepressive, diminuisce significativamente fino ad arrivare a derive megalomaniche (es.: la famosa frase “mi sento vivo…”) compensatrici di pulsioni di morte. Il secondo è puramente intrapsichico. Si perde nei meandri delle sfaccettature del masochismo. Il comportamento “attuato” è una punizione auto – inflittasi tesa a depotenziare i sensi di colpi dati da pulsioni aggressive. Queste, altrimenti indirizzate verso oggetti non pensabili (e qui ritorna il sadismo), e perdendosi in un limbo tra il conscio e l’inconscio, manifestano tutta la responsabilità percepita della propria inadeguatezza. È un contenuto psichico difficilmente valutabile quello che c’è dietro a tali pratiche: l’unico dato certo senza un’analisi del particolare è il passaggio coatto all’atto, la presenza di un oggetto persecutorio interno che viene fantasmaticamente proiettato fuori su oggetti ad hoc.

Interessanti sono anche le consuetudini sessuali adottate da tali soggetti sicuramente fuori dalla normalità: oltre ad intervenire, in alcuni casi, sui genitali o altre zone erogene, danno un quadro chiaro della confusione identitaria e di conseguenza sessuale, o viceversa (auto – punizione: sento la presenza di Edipo Re, solita aggiungerei). L’altro viene percepito come oggetto disintegrando ogni possibile relazione degna di questo nome dando il via a sperimentazioni perverse: nella sessualità dovrebbe trovare l’acme relazionale ma invero nella realtà l’annientamento.

Si instaura un circolo vizioso: al dolore fisico si ha una gratificazione fisica più una sociale (es.: compensa il coraggio delle parti anatomiche scelte, li fa accettare dal gruppo) più due psichiche: una data dal diminuito senso di colpa percepito (di pratiche masochistiche si stà parlando) e una dalla diminuzione di percezione della depressione di fondo data dalle qualità chimiche della sostanza entrata in circolo massicciamente. E si continua nel dominio della coazione a ripetere, nella permanenza dello stato dell’essere.

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14) Autolesionismo

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14)

Autolesionismo.

Come precedentemente detto il corpo viene vissuto come un fardello, una prigione ma al contempo dispensatore, se esattamente stimolato, di piacere. L’unico dolore dal quale non si riesce a fuggire e infonde una percezione di penosa ineluttabilità, rimane sicuramente quello psichico. Ma l’attribuzione di responsabilità o comunque l’eziologia presupposta è esogena. Ed il corpo viene percepito come esogeno. Le scissioni interne hanno la loro onda lunga nella scissione corpo – mente. Il corpo viene punito come specchio nel quale questi soggetti si confrontano nella realtà. E tentano di sfuggirne, di differenziarsi. Vedono un persecutore, lo attaccano. Lo specchio li inganna: non è altro da Sé.

La mancata elaborazione del lutto riguardo la perdita di parti infantili, a favore di sovrastrutture imposte, spiana la strada ad attività mortifere. L’equilibrio tra l’istinto di vita e il Thanatos viene meno e si ha uno sbilanciamento verso l’attitudine già strutturalmente avvantaggiata. Definendo il suicidio come un estremo tentativo di richiesta di aiuto basterà anche in questo caso posizionare sullo stesso continuum una data pratica. Quindi non ci dovrà interessare quanto sia pericoloso oggettivamente un comportamento, ma quanto lo sia nella volontà psichica: è chiaro che un piercing è decisamente più innocuo di una tossicodipendenza da eroina. Ma è sempre una profanazione violenta del proprio corpo e come tale va analizzata. Nonché spesso si associa ad una predisposizione alla violenza, allo scontro fisico e in generale a condotte potenzialmente pericolose aprendo le porte a considerazioni sulle strutture sadico – masochistiche interessate.

Come tutte le condotte patologiche, ad esempio la nevrosi è la migliore delle soluzioni possibili, nostro malgrado come già sottolineato, questi comportamenti hanno una loro qualità vitale. Una precisazione: non è in contraddizione con quanto su detto visto che di un contesto di equilibrio dinamico stiamo parlando. Alterato, ma sempre di un sistema meccanico regolato da leggi fisiche, dove c’è uno zero ed un uno ma solo nella loro tendenza, alle quali non sfuggono le strutture psichiche.

Qual è l’aspetto vitale? Il tentativo di autoindursi piacere. Per alleviare le proprie pene. Non approfondirò il come le sostanza psicotrope possano indurre piacere (è lapalissiano) ma indagherò più approfonditamente altri comportamenti più enigmatici.

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13) Autolesionismo

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13)

Tossicodipendenze.

Le differenze tra le due pratiche, autolesionistiche identitarie e annichilenti, sono evidenti. Ma sospetti sono i legami con i quali queste due condotte si assecondano temporalmente senza diritto di precedenza. Ora verrà da obbiettare che le condotte tossicologiche forse sono tirate un po’ per i capelli nelle pratiche autolesionistiche. Mi sento però di poter ribattere facendo notare che nella nostra società come in quelle affini c’è una componente informativa determinante: chi abusa di sostanze psicotrope nella quasi totalità dei casi è a conoscenza della loro pericolosità. Il Thanatos è presente, la fa da padrone, ed è molto potente non fosse solo per la ricerca della perdita di controllo. Sarebbe quindi possibile definire le tossicodipendenze una manifestazione dell’autolesionismo. Per non parlare dell’eroina che definisco personalmente un suicidio differito. È un problema di grado e non di qualità. Vorrei però aggiungere una riflessione su una qualità dell’uso delle sostanze psicotrope che credo di poter riscontrare anche nelle nevrosi: la loro caratteristica di essere la migliore delle soluzioni possibili, in questo caso lenitiva, creando comunque dei problemi al soggetto, quindi nel male.

Credo di poter terminare così la breve analisi delle condizioni psicosociali scatenanti per potermi soffermare sull’aspetto autolesionistico personale di tali pratiche.

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12) Autolesionismo

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12)

Piercing e Scaring.

Ho trattato i tatuaggi data la loro estendibilità a altre pratiche simili. Per i piercing si valuterà il tipo e la zona corporea interessata: ma sicuramente saranno più semplici da indagare analiticamente considerato il più basso grado di investimento emotivo che comportano, anche se si possono fare dei distinguo quando le zone interessate sono sensibilmente erogene andando a ricordare le motivazioni ancestrali delle prime pratiche di perforazione corporea tese a stimolazioni sessuali o a messaggi erotici.

Per quanto riguarda lo scaring (comprendendo le diverse varianti) penso sia possibile inserirlo in una zona di confine tra gli atti autolesionistici identitari e gli atti autolesionistici annichilenti: possiede tratti esclusivi dell’impatto della loro espressione, sia degli uni che degli altri. È una pratica legata all’ostentazione e alla fissazione dell’emozione come il tatuaggio, con la differenza che, in questo caso, si cerca la distruzione dell’emozione, la sua rimozione. Inoltre è connotata di una violenta auto – aggressività ad altissimo impatto sociale: anche in questo tratto si discosta dalla categoria dei tatuaggi – piercing in quanto più accettati (sono più “visibili”: inteso come mentalizzazione). Tutto ciò farebbe supporre chi è il padrone di casa: il Thanatos. Ma sempre di un continuum stiamo trattando: in questo caso lo traccerei partendo appunto dal Thanatos verso l’Eros: dalle pratiche annichilenti fino a quelle identitarie. Ed è bene tenerlo a mente onde evitare strumentalizzazioni estremiste del concetto che invece va dosato e calibrato caso per caso.

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11) Autolesionismo

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11)

B e C.

Nel caso “b”, invece avremo una deriva qualitativa secondo parametri analitici. Esempio: il tatuaggio sarà uno standard, inciso dal migliore tatuatore del quartiere e che sicuramente piacerà molto ai compagni di viaggio. Denoterà sicuramente oltre ai problemi citati per il caso “a” anche assenza di caratteristiche private, evidentemente con problematiche non sufficientemente integrate, da resistere all’impatto con l’imago del gruppo .

Non sfugge dalla classificazione prima suggerita la pratica “c”, dei tatuaggi “socialmente accettati”. Decisamente scevri per grado delle suddette implicazioni sicuramente vanno iscritti in un altro ambito. Non mi soffermerò troppo sull’argomento ma tenterò ugualmente di convincervi proponendovi l’immagine di una ragazza che si sia tatuata un delfino o una farfalla sulla caviglia…Basterà comunque fare degli aggiustamenti per verificare che il motore di base è lo stesso e posizionare il soggetto particolare sul dato continuum.

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10) Autolesionismo

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10)

Dietro il tatuaggio A.

Appare chiaro come la rappresentazione grafica di un’emozione in un tatuaggio sia un procedimento onirico rappresentativo del contenuto latente libidico con tutti i processi di condensazione e spostamento che ne derivano, tipici poi della produzione notturna. Viene posto fuori sul corpo in una sorta di proiezione psicotica esemplificando un modo di dire molto comune tra schizofrenici reali che recita più o meno nelle sue varie forme: “Tutto è a posto, niente è in ordine”. E quello che non è in ordine lo mettono fuori da sé, per far si che sia tutto a posto. E’ altresì evidente la fallacità dell’identità esibita tanto quanto ostentata. Nel “Barone Rampante” di Italo Calvino, Viola rimprovera Cosimo, che aveva scelto di vivere sugli alberi, di vantarsi che non sarebbe mai sceso, ammonendolo che le cose importanti si fanno e non si dicono… Chissà cosa avrebbe pensato Viola di modalità comunicative più estrose. Ora, essendo modalità di espressioni identitarie prettamente adolescenziali e, come detto precedentemente, connotate dalla caratteristica della permanenza, non sarà più difficile capire il perché ad un primo tatuaggio ne seguono sempre degli altri in varie e spesso anche attardate età della vita: la curva della ripetitività decresce dal caso “a” verso il “c”. Nuova emozione, vecchia strategia. Lo straripamento emozionale è comunque una costante di questi comportamenti e similari. Muovendosi nel regno della coazione a ripetere il nuovo verrà invariabilmente trattato come il vecchio. L’esempio dal quale traggo tali conclusioni è palesemente limite (ma non irreale!!!): è ciò che maggiormente si avvicina al concetto di tatuaggio identitario funzionale. La problematica risiede chiaramente nel carattere solipsistico di tale atto, nella mancanza di una finalità differita: assenza di principio di realtà, quindi passaggio all’atto e, mi ripeto, coatto.

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06) Autolesionismo

 

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06)

Uso di sostanze.

In più società della America Centrale già dal X secolo era ed è uso  e costume,  assumere dei cactus Peyote, pianta delle zone desertiche del Messico o del Texas (USA) in quanto provocanti allucinazione grazie alla sostanza alcaloide mescalina in loro presente. Rispetto all’uso di l.s.d. occidentale, sostanza con la quale condividono alcuni effetti, abbiamo diversi elementi distintivi tra le due pratiche ma uno più di altri: la presenza di uno sciamano che conferisce la grande attribuzione di significato collettivo dell’esperienza. Per ultimo ma non per importanza la funzione data al “viaggio”: per tornare a Sé e non per dimenticarsi via da Sé. Il viaggio sciamanico è finalizzato alla ricerca delle soluzioni delle problematiche postegli dal soggetto o dalla comunità, entrando di fatto in un’altra dimensione, quella degli spiriti, coadiuvato dall’effetto della pianta, per poi tornare diciamo nella realtà ad applicarle. La figura dello sciamano ha una caratteristica tipica ed importante che ritroveremo anche nella pratica rituale dei tatuaggi: la chiamata sciamanica non è rifiutabile. Chi viene prescelto dagli spiriti deve accettare pena la follia e poi la morte.

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05) Autolesionismo

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05)

Yakuza.

In Giappone detta anche Gokudō, tradotta e conosciuta in occidente con un generico “Mafia Giapponese”, è una serie di bande (Kumi) organizzate, chiaramente dedicate ad attività illecite.  È regolata da principi gerarchici e di onore molto rigidi come garanti di un ordine desiderato condiviso. È uso tra gli affiliati definirla “Ninkyō dantai” accostabile ad un significato simile a “onorata società” e gli affiliati hanno un codice cominicativo gergale ed estetico distinguibile e distintivo. Anche loro hanno tra i vari diritti – doveri interessanti particolarità sulle quali soffermarci. Tra i doveri, nel rito di iniziazione giurano di non contravvenire mai a questi punti:

1. Non avere contatti con le moglie di un altro componente.

2. Astenersi da attività diverse da quelle normalmente  ordinate anche sotto la spinta della povertà.

3. Non tradire mai i segreti dell’organizzazione.

4. dare lealtà assoluta al proprio capo.

5. Usare solo il linguaggio gergale, quello speciale del proprio Kumi.

Tra i diritti è possibile tatuarsi il corpo tramite la vecchia tecnica giapponese: si penetra la pelle ripetutamente con un chiodo sottile colpito con un martelletto che viene immerso appena nell’inchiostro. È una pratica non solo accettata ma distintiva: molto dolorosa porta spesso a giorni di febbre alta per avvelenamento da inchiostro e la morte non è rarissima. A sottolineare la qualità identitaria del gesto bisogna menzionare quanto in Giappone l’esposizione di un certo tipo di tatuaggio sia inequivocabilemte indicativo dell’appartenenza alla malavita organizzata e quindi formalmente una divisa: ad esempio si è interdetti ai luoghi pubblici dove si deve far mostra del proprio corpo, come le piscine ad esempio, se tatuati. Come proverò a dimostrare successivamente anche in questo caso il tatuaggio mantiene intatte le sue prerogative. Non saprei se sia azzardato definirlo una manifestazione atemporale e acontestuale. Sospetto abbia caratteristiche “Elementali” pronunciate nel suo significante psichico.

Nel caso di contravvenzione alle rigide regole d’onore imposte, in alternativa alla punizione massima, ovvero l’allontanamento dal proprio Kumi e l’essere banditi da tutti gli altri (hanmon), c’è la possibilità di rimediare tramite un atto volontario: è l’usanza o possibilità per l’affiliato (kobun), di recidersi, davanti al  capo offeso (oyabun), una falange del mignolo in segno di scusa e compensazione: pena anche la morte. Il così detto “yubitsume” atto che non permette allo oyabun di rifiutare il perdono. Qui si evidenzia chiaramente la natura del male imposto come collante del costituito tramite la castrazione virile rispetto al capo ordalico ad un livello simbolico non particolarmente derivato. La funzione sociale dei Kumi, radicata nel territorio nipponico dai tempi feudali, è riconosciuta anche dalla fazioni politiche che legittimano apertamente la loro esistenza. Derive partitiche di estrema destra legittimano la loro esistenza in un discorso a noi utile  se letto in quest’ottica: le caratteristiche di rigidità e controllabilità dell’organizzazione rendono funzionalmente desiderabile la loro attività sul territorio da un gruppo in un dato momento in quel luogo. Queste condizioni si riflettono in dei comportamente altrettanto prevedibili e quindi anche indirizzabili se non alla necessità emarginabili rendendo la Yakuza socialmente funzionale. Alla fine della seconda guerra mondiale, con il benestare del Comandante supremo delle forze alleate ovvero il generale Douglas MacArthur  allora presente sul territorio, la Yakuza ebbe l’incarico di mantenere l’ordine pubblico (!) in cambio di appalti nel mondo dell’edilizia fino ad infiltrarsi sempre più compiutamente nel tessuto politico giapponese fino ad arrivare a fornire le scorte personali di importanti uomini politici. Nonostante la matrice fortemente delinquenziale dell’organizzazione ancora oggi molti giapponesi vedono nella Yakuza un gruppo nel quale identificarsi perchè protettori dei più deboli sui quali fare affidamento nonostante le leggi di sensibilizzazione del governo e le leggi antimafia varate (anche se solo nel 1992). La loro desiderabilià sociale si manifesta nella possibilità degli affiliati di girare impunemente ed avere dei ritrovi, lussuosi, dove campeggia in bella vista il logo del loro Kumi. Le derive patologiche presenti compentrano i meccanismi funzionali alla loro socialità. Come ultimo curioso dato vorrei sottilenare la natura adolescenziale di questo gruppo analizzando l’eziologia del nome Yakuza: la derivazione da tre numeri, 8 – 3 – 9 da cui in giapponese Hachi, Kyuu e San e quindi Ya – Ku – Sa, rappresentanti il punteggio più basso del gioco di carte nipponico l’Oicho-Kabu ci suggerisce da un lato quale sia stato il primo campo di affari dll’organizzazione ma dall’altro il suo spirito fanciullesco (il gioco)  e la sua percezione di inadeguatezza rappresentata dal punteggio più basso punto dal quale affermarmarsi in modo compensatorio.

Adesso sonderemo un’altro tipo di condotta per provare a osservare come si possano avere due fini opposti nello stesso comportamento: l’uso di sostanze.

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