Pubblicato in: Teoria e tecnica della Psicoanalisi

02) Autolesionismo

antefatto

 

PROSEGUE…

02)

Antefatto

Una mattina di quelle K.S. si svegliò nella sua classe, frequentava il quinto liceo scientifico, preda di un attacco depressivo di insolita forza, cullato da istinti autodistruttivi e pene amorose.

Confidandosi con il suo amico F.P. cercava di trovare pace e serenità stretto da quella morsa soffocante, buia, che in quel periodo spesso lo sorprendeva all’inizio di un nuovo giorno. F.P. era considerato un pò da tutti un “pazzo genialoide” e non a caso era il suo compagno di banco e di tanto altro. Condividevano gli stessi gusti musicali, stesso modo di pensare, stesso umorismo e insomma la stessa innata passione/predisposizione per il Thanatos ed affini.

Chiedendogli consiglio su come slacciarsi da quella sensazione, facendo presente che il solito whisky-limone e zucchero a colazione non bastava più (alla buonanima di Bukowski: Super – Io di quel periodo), F.P. incominciò a pensare. Gli occhi brillarono e in pochi secondi, come da sua consuetudine, aveva trovato una risposta. Era un palliativo somatico, certo, non psichico, ma K.S. gli voleva bene, e anche lui: si fidava. Non obbiettò un secondo alla sua proposta. Si informò solamente sui perché e i percome. Approcciò anche stavolta alla questione sollevata difendendosi con il solito muro razionale, scudo di ogni stimolo fenomenico che impattava in quel periodo.

Non faceva una piega la sua idea. “Proviamo” disse. La soluzione era basata sul presupposto di una stimolazione esogena di endorfina… Provocata da… una bruciatura.

Si, gli consigliò di bruciarsi per stare meglio: la prima volta consistette nel tenere acceso a lungo un accendino per poi stamparlo con forza sul dorso di una mano…

La sensazione fu molto piacevole e rimase colpito dalla mancanza di quel dolore che comunque aveva pronosticato: niente… Solo tanta e gradita endorfina che sarebbe diventata un’amica da lì in poco tempo… Insieme a tante altre…

E…

…E da lì iniziò un uso incontrollato, poi abuso, di quella tecnica “terapeutica” fino a derive eclatanti. La porta era stata aperta e incominciarono altre sperimentazioni.

Incominciò con l’accendino, poi le sigarette, poi scaldava le attache. E si marchiava. Per arrivare a diventare un pioniere del campo tatuandosi a fuoco sul braccio durante l’ora di italiano il nome della ragazza che gli scaldava il cuore (!), la stessa che diede lo spunto all’inizio di queste pratiche. E non solo: scoprì un paio di anni dopo che negli Stati Uniti avevano (re)inventato una nuova moda: lo Scaring (scarificazione), il Branding (marchio a fuoco), il Cutting (incisione). Pensò che in ogni modo era stato un innovatore. E gli altri lo guardavano con rispetto e un po’ di timore. E ne era orgoglioso. Al massimo doveva inchinarsi temporalmente a chissà quale tribù africana della quale ai tempi non aveva cognizione e che aveva guidato il suo Thanatos su strade archetipiche definite.

Spille da balia, lamette da barba, chiodi, mozziconi di sigaretta, accendini, attache, erano diventati i suoi nuovi compagni di giochi. Questi si andavano ad unire ai vecchi: alcool, fumo, erba, l.s.d., anfetamine, antidepressivi farmaceutici, pasticche, eroina. I nuovi arrivati avevano una funzione fondamentale: di decompressione dalla depressione indotta dalla fine dell’effetto delle sostanze psicotrope. Unita alla depressione endogena di fondo si completavano in una combinazione esplosiva, o sarebbe meglio dire implosiva.

E così si era creato un piccolo gruppo, o sarebbe collimante parlare di tribù, che comprendeva adepti convinti, fino a curiosi simpatizzanti. Erano gli esclusi, gli emarginati sociali portatori però di una presunta superiorità intellettuale: gli altri non potevano capire…(e neanche loro, ma questa è un’altra storia). La coalizione fungeva da scudo: era efficace. Si difendevamo a vicenda: la solitudine e la malinconia che li distingueva si trasformava in gioia e spensieratezza accompagnati dalla “Loro” (in senso stretto…era di proprietà…) musica, storia, poesia. Sogni.

E si aiutavano, si controllavano a vicenda per tentare di evitare che qualcuno abusasse. Ma il controllo aveva un piccolo problema proiettivo: nell’abuso leggevano il loro profondo dolore. Poteva essere compensato solo da una superficiale comprensione della loro profonda richiesta di aiuto: mascherata da atti estremi. E allora tacevano. E speravano che non fosse troppo: questo era il pensiero, non si arrivava a mentalizzare le conseguenze. Speravano che non fosse troppo… E basta.

Fino al ritorno dell’amico sano e salvo. Come da una prova iniziatica. Il calore dell’abbraccio era sensibile, ce l’aveva fatta. Il gruppo era salvo. Dal mondo esterno era salvo. Questo provavano…

Ma nel loro intimo sapevamo che erano soli, solissimi. E la via di fuga era il dolore fisico. Sfuggire da quello psichico non si poteva, era pacifico. Ma quello fisico era strano: controllabile, e appagante. Il corpo era loro, ma in un’accezione diversa dal senso comune: era una cosa della quale potevano disporre senza dover rendere conto a nessuno, come se fosse un oggetto, privatamente intimo. Da maltrattare come una prigione, provocare, portare al limite. Punirlo per la sensazione di permanenza forzata che trasmetteva: il contenitore del male, del dolore. Del Persecutore. Con un effetto collaterale piacevolissimo: le sue difese naturali. Dolore: endorfina. Emozioni (forti): adrenalina. Era un tornare alle origini dopo qualche trip o magari una forte bevuta.

Si creava un’altalena tra l’uso di sostanze stupefacenti a fini terapeutici per evadere dal proprio corpo, per sentirsi meglio, per non pensare, pensare diversamente o a volte per far star bene proprio il corpo stesso e la sua persecuzione. Tutti ignari che l’oggetto delle persecuzioni erano proprio loro stessi.

CONTINUA…

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