Pubblicato in: Storie di psicoanalisi

03) Storia Della Signorina F.

Prosegue…

Ultimo incontro

La sala ricreativa era vuota e in penombra. Le altre pazienti o in stanza o a messa. Lei era lì seduta al suo posto, sulla sua poltrona, vicino al televisore. Era una giornata che prometteva pioggia e il colore del cielo era come quello della sera, quando la giornata si appresta a finire.

Mi vide, ma non disse niente, mi avvicinai.

Io: ”Buongiorno”.

F.: ”Salve fratello sano…sono distrutta. Domani esco”.

Ero stato informato. Sarebbe stata dimessa il giorno seguente. Non sembrava contenta. Rispetto poi alle continue lamentele sulle compagne di degenza mi aspettavo più entusiasmo. La notizia di tornare nel mondo reale aveva risvegliato in lei angoscia e paura. Non poteva comprare le “cremine” e tutti i ciondoli. Non le passavano più i soldi. Aveva paura, della sua agorafobia, degli autobus e dei marocchini. Come per il rapporto con i barboni. La badante la trattava male. La madre la teneva sempre sotto pressione psicofisica. La sorella la odiava. Il padre era morto. A casa fu travolta da un senso di vergogna che le veniva buttato addosso in modo genericamente gratuito e fuori da una analisi selvaggia, peraltro riscontrata anche dal Dr., data da sedute irregolari e interpretazioni precoci. Era tutto semplicemente un po’ più chiaro. Il mondo che la aspettava era quello del suo malessere. Voleva rimanere più a lungo: con i nuclei sani del “padre sano” (il Dr.), della Dottoressa e del “fratello sano” (io). Dovevamo chiudere la pancia, mi ricordò.

Era buio, e in penombra andava avanti il nostro colloquio dettato sempre dal ritmo di F. “allegro ma non troppo”. Tanti aneddoti, spesso riciclati e tappezzati di nuove emozioni e sfumature. Tanti centri e case di cura, dottori ed operatori nella sua vita, nella sua mente, tra una canzone abbozzata ed un’altra. Nei suoi desideri. Non sarà più come tanti anni fa. La morte del padre, quando aveva undici anni. Non come il suo precedente operatore che “…se l’è goduto fino ai trentadue!”.

“Non guarirò mai” mi disse. “Mi hanno detto a X che se non divento “spicchiatella”, non troverò mai marito. Ma io sono pronta per Gesù”. Mi confessa che un giorno tornerà per riposare ancora e sotto il benestare del “padre sano” potremmo andare mano nella mano a fare una passeggiata soli, io e lei. Ancora un’oscillazione tra il desiderio e la sua rimozione maniacale.

Poi, uno strappo, un elemento importante. Si stava chiudendo la pancia. La mia attenzione meno rigida ma più puntuale rispetto alle nostre risonanze mi aiutava a reggere l’impatto. Era importante. Forse ci saremmo rivisti a marzo, o ad aprile. In primavera. Per altri “…ventitré ventiquattro giorni di riposo”. Mi chiamerà. Se potrà. I contorni del suo viso si scioglievano tra le sue parole. Sorvolavano rapide l’attenzione e scomparivano velocemente come i primi fiocchi di neve al suolo. Neve di primavera. Ci avviavamo alla conclusione e lei mi raccontava ancora aneddoti già sentiti. Mi chiedevo se stesse dando la stessa importanza all’ultimo incontro che gli stavo dando io. Probabilmente molto di più, conclusi. Solo allora mi apparve chiaro che i suoi racconti stereotipati erano l’impalcatura della sua mente. Solo ricostruendola ogni volta poteva parlarmi per pochi secondi del padre, della madre, del mestruo, della sorella e altri vissuti consistentemente penosi. Altrimenti non aveva dove contenerli. Come la leggenda di Sisifo. Condannata a sospingere in cima la sfera, per poter dire durante il tempo della sua caduta . Poi ricominciare a creare lo spazio, per poter vedere, per poco. Era molto doloroso, faticoso.

F.: “Non posso parlartene” mi disse in due occasioni, visibilmente sofferente. Si difendeva. Fortemente. Erano due contenuti sessualmente accentati.

L’ultimo sogno: “Andavamo a passeggio su di una collina mano nella mano. Ci fermavamo e stavamo li tranquilli, quando incominciò a piovere.”. Tristezza e sessualità combinate da una sola parola ed una sola espressione del viso, nelle sua ultima immagine.

Noi siamo fratelli, però adottivi, altrimenti è una cosa brutta, sporca. Oscillava tra una forte sessualizzazione del rapporto e il contrario. Dalla sessualità era provata significativamente e i sensi di colpa per desideri infantili e incestuosi la reprimevano del tutto. Desiderio sessuale – disagio – parentela assicurativa – desiderio sessuale ancora – diniego.

Mi confidò di essersi accorta del messaggio dei miei occhi. Un giorno le comunicarono il mio dispiacere nel pensare il suo nucleo sano mescolato con quello delle “vecchie” della casa. E mi raccontò del Dr. che era contento dell’ipotetica buona conclusione della nostra storia. Anche se non poteva chiamarmi dottore porcellino… Prendeva i pensieri più belli, a lei più cari, li salvava trasformandoli, facendoli propri di persone come me o il Dr. o per dirla a suo modo, con il “nucleo sano”. Per non prendere stilettate. Per non bruciarli. Dura è la vita.

Era già visibilmente stanca. La stanchezza di chi sapeva cosa la aspettava. E di chi aveva provato. Quella stanchezza data da un equilibrio energeticamente patogeno. La madre era malata, la doveva massaggiare, diceva lei. E la sfruttava per sbrigare tutte le faccende dentro e fuori casa. Madre padrona, una bambina cresciuta nel ricordo di quello che sarebbe potuto essere. Senza un padre, anzi, senza due padri, con la morte che aleggiava, attiva e presente. Cattiva sorte. Caduti in disgrazia. Sarebbe potuto essere. Convinta ormai del suo ineluttabile destino “disagiato”, percepito, compreso, sventolatogli in faccia come una colpa. Una vergogna. La vergogna del desiderio. Voleva passare da due a dieci gocce di Valium. Tutto andava bene pur di non pensarci. L’importante era non dovere subire altri prelievi. Aveva già dato, donato. E ancora avrebbe aspettato prima di ricevere. Per molto ancora. La congedai.

Andandomene incontrai un’altra paziente, aveva dell’ansia. Ci penserà il Dr. per i farmaci dissi. Lei mi rispose che non bisognava di quello, voleva parlare. Ci penserà il Dr. per i dolori dell’anima.

E poi un’altra ancora. Stava tanto male diceva. Ci penserà la Dottoressa, le dissi, per le medicine. E lei disse che aveva bisogno di parlare, tanto. Ed io le dissi che ci avrebbe pensato la dottoressa per i dolori dello spirito.

E intanto mi guardava a distanza ancora, F. Appoggiata al muro del corridoio, le mani dietro la schiena. In fondo volevano parlare, solo parlare. O meglio, essere ascoltate, solo essere ascoltate.

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